'My Home, in Libya' di Martina Melilli, vince il Premio Salani 2019

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Il Premio Corso Salani supported by Parovel 2019 (€ 2.000), assegnato da una giuria composta da Caterina Mazzucato, Judit Pinter e Rino Sciarretta va a: MY HOME IN LIBIA di Martina Melilli, con la seguente motivazione:

L’opera affronta in maniera originale una storia vissuta nella realtà e nella memoria di chi è stato privato della sua libertà. Dal punto di vista formale sono molto interessanti i diversi piani del linguaggio.

 

 

Guardano soprattutto alle nuove generazioni i film dell’edizione 2019 del Premio Salani, conclusa ieri al Trieste Film Festival con la vittoria della padovana Martina Melilli e del suo My Home, in Libya, già presentato in anteprima al Festival di Locarno l’estate scorsa. Giovani protagonisti, ragazzi, ragazze, che offrono una rappresentazione del presente dai contorni incerti, sfumati, e proiettati verso un futuro se possibile ancora più nebuloso. L’identità, il senso di appartenenza, le radici, si sono fatte fragili, ed è estremamente facile, per chi appartiene alla cosiddetta “generazione Instagram”, cedere alle trappole della rete, al narcisismo e alle lusinghe che albergano sui social (senza demonizzare il mezzo che, come ben dimostra Melilli, può essere utilizzato con buonsenso e nobili fini).

I rovelli proiettati sullo schermo suggeriscono, olmianamente, la necessità improcrastinabile di un ritorno alla Natura, alla semplicità delle piccole cose, al contatto con un sé spirituale, possibile antidoto, forse, al senso di vuoto dei nostri giorni e allo spaesamento esistenziale, ancora prima che culturale, cui sembriamo inesorabilmente condannati.

Cinque titoli in gara, opere indipendenti fuori dal circuito distributivo che si avvicinano, almeno idealmente, allo spirito e all’idea di cinema del compianto cineasta toscano Corso Salani cui è intitolato il riconoscimento. La regina di Casetta, di Francesco Fei, che documenta un fenomeno italiano troppo poco affrontato nel dibattito pubblico, ossia quello dell’abbandono delle comunità rurali, del progressivo svuotamento dei paesi dell’entroterra, tendenza sempre più diffusa e destinata a segnare - in assenza di contromisure - la fine di tanti piccoli mondi antichi. Gregoria è l’unica ragazzina che abita in un paesino sperduto dell’Appennino, Casetta appunto, una minuscola comunità che conta ancora solo dieci abitanti. Fei trascorre insieme a lei e ai suoi compaesani un intero anno, l’ultimo passato in paese, prima di trasferirsi a valle per poter frequentare il liceo.

Gli indocili di Ana Shametaj è l’immersione nell’esperienza artistica e di vita di 12 giovani attori di teatro che trascorrono tre mesi di studio sulle colline romagnole, esercitando il corpo, la mente e lo spirito alla condivisione, al silenzio, al canto, all’attenzione, alla memoria assieme alla poetessa Mariangela Gualtieri e al regista Cesare Ronconi; Likemeback, opera seconda di Leonardo Guerra Seràgnoli, che torna nuovamente a girare a bordo di una barca a vela dove Lavinia, Carla e Danila (Blu Yoshimi, Denise Tantucci e Angela Fontana), terminati gli esami di maturità, trascorrono una vacanza sulle coste della Croazia, più interessate a scattarsi selfie in bikini da condividere su internet che alle bellezze naturali o all’esperienza del viaggio. Un’estate che segnerà l’inevitabile passaggio all’età adulta quando le conseguenze delle loro azioni avranno il sopravvento sulla spensieratezza e l’incoscienza tipiche della giovane età. L’ora d’acqua di Claudia Cipriani, ispirato dalla figura di Mauro, un sommozzatore che lavora a grandi profondità, sotto le piattaforme petrolifere, coltivando il sogno di recuperare relitti affondati. L’opportunità di realizzare il suo sogno arriva quando viene scelto per il recupero della Costa-Concordia a pochi metri dall’Isola del Giglio.

Infine il vincitore My Home, in Libya, un percorso intimo e personale per la giovane cineasta che intraprende un viaggio “virtuale” nei luoghi appartenuti al passato della sua famiglia. Suo nonno Antonio è nato a Tripoli, quando la Libia era una colonia italiana. Lì ha sposato Narcisa. Ma entrambi hanno dovuto lasciare il paese all’improvviso, nel 1970, dopo il colpo di stato di Gheddafi. Grazie all’aiuto di un giovane libico, contattato sui social, Martina Melilli traccia una mappa dei luoghi e della storia, del passato e del presente del Paese, mentre l’amicizia “di bit” (quella che una volta si sarebbe chiamata “di penna”), nata in rete, diventa via via più profonda e permette di superare le barriere fisiche e culturali. “La storia di mio nonno Antonio – afferma la regista – è condivisa da tutti quegli italiani che hanno vissuto l’esperienza dell’espatrio forzato dalla Libia. La storia di Mahmoud è quella di una giovane generazione che si trova a crescere e a formarsi in un paese senza una precisa identità, diviso da violenze e interessi, e che pure deve trovare in quel caos la strada per il futuro. Quello che li accomuna è la città di Tripoli”.

articolo di Beatrice Fiorentino

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